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Il dialogo continua…

Cara Marta,

ripensavo all’incontro del 9 febbraio, risuona nella mia mente.

Le regole sono lo strumento più adatto a creare fiducia“.

Inizio da questa frase detta da Gherardo Colombo che mi ha colpita particolarmente per gli impliciti e i significati che porta. Io non avevo mai riflettuto che le regole potessero legarsi alla fiducia. Probabilmente perché le regole si concepiscono come un dicta e quindi apparentemente richiedono ‘solo’ di essere rispettate. Eppure, in effetti, se io seguo una regola è perché la riconosco, le dò valore, la sento utile e importante per me. Quindi se la seguo, se la propongo è perché mi fido della sua utilità. Ma la fiducia non è verso la regola, ci si fida delle persone. Quindi, tradotto, mi fido che anche gli altri la rispettino, e mi fido che sia adeguata, che così come è declinata risponde anche ai miei bisogni. È fatta per me. Ma mentre scrivo, cara Marta, mi sorge un dubbio: la regola è fatta per me oppure con me? Facendo tesoro di quanto emerso al Dialogo, le regole sono anche ‘lo strumento che attesta lo stare insieme’, come ha detto Antonio Iudici. E per far questo, passando quindi dalla regola al regolamentare, è utile farle insieme, sentirci partecipi. Si è anche detto, infatti, che per seguire le regole è necessario che queste siano figlie di un processo partecipato. Come ha detto Colombo, ‘la democrazia è difficile’. Come si fa a far stare, chiedo io, tutti i bisogni individuali dentro le regole? Allora rispondo, usando sempre quanto detto al Dialogo, che le regole servono alla comunità e la comunità, aggiungo, è più della somma dei singoli individui. Serve quindi spostare il focus dal singolo alla comunità e a ciò che fa stare bene, rispondendo alle esigenze di tutti.

Dici che è utopistico il mio pensiero? Dici che rileggendo questo scritto sono andata altrove rispetto a quanto detto?

Faccio queste domande perché è emerso come tutti i partecipanti abbiano chiesto: ma come si fa costruire insieme le regole? Soprattutto con i bambini?

E allora ripenso ancora a quanto suggerito da Colombo “la legge prima era condivisa oralmente, è stata poi scritta“. Ha cioè assunto nel tempo il bisogno di essere definita. In tal modo, suggerisce Colombo, non esiste la condizione sufficiente affinché sia spontanea, cioè promossa e usata spontaneamente dalle persone. Si è trasformata in qualcosa di rigido, che serve circoscrivere per essere rispettata.

Quanto bisogno abbiamo di definire, e di pensare quindi che anche le regole debbano essere tali e che una volta fatte non si possano più modificare? A scuola, chiediamo le stesse regole che si chiedevano sessant’anni fa, non le abbiamo più modificate, eppure la società e la comunità Scuola cambia insieme a noi.

Quanto bisogno di definire, anche attraverso le regole. Cara Marta, spero di non averti portata in alto mare. Nel caso, eccomi qui con la barchetta e le vele pronta a ripercorrere la rotta.

Ps. Sorrido ripensando anche alle ‘regole’ che io e te ci siamo date, implicitamente ed esplicitamente, per gestire in concerto l’incontro. Ci è servito ‘regolamentare’ i nostri interventi, trovare un accordo su chi dovesse intervenire e quando. E per gestire l’incertezza e i flussi discorsivi, non sono mancati i messaggi tra me e te sotto banco, usando WhatsApp per esempio. E questo ci ha aiutate per rimanere in ascolto, l’una dell’altra e anche dei partecipanti e dei Dialoghi.

Grazie per il viaggio, a te e ai nostri compagni.

Di Marta Pinto

Psicologa Psicoterapeuta Interazionista, laureata e specializzata a Padova, lavora in ambito clinico e collabora con scuole attraverso progetti e supervisioni.

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