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approfondimento sul tema

Distanza, presenza e corporeità

Cosa significa parlare di “corporeità” e “immagine di sé” come processualità?

Dimensione processuale e aspetti pragmatici

Abbiamo sottolineato dimensioni situate e relazionali che riguardano il corpo e più in generale l’identità. Una dimensione processuale, che possiamo considerare come una dimensione linguistica, ma che non va considerata per questo solo discorso, solo testo, ma nei suoi aspetti più complessi: un intreccio tra il materiale del corpo e tutti i suoi possibili discorsi. Una dimensione processuale che porta con sé degli aspetti pragmatici.

Pensiamo ad esempio alla scelta che ognuna e ognuno di noi fa di mostrare o meno il proprio corpo, e come farlo. Come ci vestiamo, e quale posto occupiamo quando partecipiamo come pubblico a una conferenza. Oppure se decidiamo di accendere la telecamera durante un webinar o un Dialogo in ControLuce online. O ancora se e come condividiamo nostre immagini online: attraverso i nostri profili social -personali o professionali- o attraverso le chat di gruppo o individuali. In ognuno di questi casi scegliamo di mostrare o meno qualcosa di noi e come farlo.

Scelte che non possiamo osservare come meri dati di fatto “lei ha pubblicato foto di sè online” ma che assumono significati specifici in base al contesto socio culturale e ad aspetti della biografia di ciascuna/o. E in base alla particolarità della cornice entro cui queste azioni avvengono avranno poi degli effetti pragmatici, sia rispetto alla biografia della persona che della cultura di riferimento, che continua a svilupparsi.

Riflessività e intenzionalità nella costruzione dell’immagine di sè

Rispetto all’immagine di sé potremmo considerare questo come un aspetto che si lega all’identità corporea, o al corpo in generale, può essere inteso come un processo biografico, ossia che appartiene alla biografia e all’identità di una persona. Un processo che non converge col corpo fisico e quindi non presupponiamo un rapporto tra l’immagine di sé e il corpo in maniera automatica, meccanica o rappresentativa.

Non presupponiamo nemmeno un’esperienza del corpo come un’esperienza di un oggetto, di qualcosa che si possiede, che semplicemente si abita, in cui ci si sta dentro: è qualcosa di più complesso ove entrano in gioco molteplici aspetti legati ai contesti di riferimento, ai valori di una persona o di una comunità, alle norme, ma anche ad aspetti emotivi intendendo anche questi come aspetti culturali.

Possiamo intendere questo processo come processo anche riflessivo, indicando il rapporto tra la prospettiva degli altri, le voci degli altri sul corpo dell’altro che viene interpretata, ripresa e usata rispetto a sé. Lo si può intendere come un processo in continua mutazione e in cambiamento, che cambia in virtù dei contesti in cui ci troviamo a interagire o a usare il nostro corpo.

Emerge inoltre il ruolo dell’intenzionalità in questo processo di costruzione, oltre al ruolo di tutto quel sistema di norme che si presentano in termini di vincoli e di possibilità. E l’intenzionalità è presente e orienta i processi di costruzione dell’identità. Gli aspetti legati alla tecnologia sono ulteriori aspetti che vanno a complessificare e ampliare quello che possiamo dire rispetto al corpo o all’uso che ne  facciamo, e all’intenzionalità. 

Immagini di sè “all’altezza”

Nei mesi di Didattica a Distanza una criticità che molti e molte docenti hanno messo in luce è stata relativa alla scelta di alcune e alcuni studenti di tenere oscurata la propria immagine durante le lezioni. In alcune scuole si è scelto di lasciare libertà, in altre di obbligare a mostrarsi.

Chi ha chiesto le motivazioni di ragazze e ragazzi ha incontrato a volte un “non sono presentabile” come risposta. Similmente una ragazza del terzo anno delle Secondarie di Primo Grado durante un laboratorio sull’uso dei social diceva di valutare se pubblicare o meno una foto sul proprio profilo Instagram in base al criterio “se è all’altezza di Instagram”.

In queste risposte rintracciamo le diverse dimensioni processuali qui nominate: quali norme, valori e sguardi definiscono cosa sia presentabile o all’altezza? Con gli occhi di chi osservo la mia immagine per scegliere se e come condividerla? E con quale intenzione opero la mia scelta? Allora forse la domanda da porci potrebbe essere non solo “perché non si mostrano?” ma anche “come mai per me è importante si mostrino?” e “come posso fare in modo che quest’aula sia uno spazio in cui tutte e tutti possano sentirsi presentabili?”.

Di Valentina Manca

Formatrice, psicologa scolastica e clinica a Padova. Specializzata in Psicoterapia Interazionista. Socia di APS Epimeleia, centro di formazione, ricerca ed educazione. Si occupa di educazione al genere e alle differenze, promozione della salute, prevenzione e contrasto delle diverse forme di violenza di genere.

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