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Distanza, presenza e corporeità

Di cosa parliamo quando diciamo “corporeità” o “presenza” nelle relazioni e interazioni?

Corpo dato di fatto e corpo dialogico

A volte quando si parla di corpo e di corporeità l’associazione più immediata è quella a qualcosa di prettamente fisico, biologico, un dato di fatto. Qualcosa che si pone come già dato per scontato o quasi. Si può sentire parlare di corpo grasso, del corpo della donna, del corpo dell’uomo, del disabile, dell’abile.. Queste qualificazioni o gli aggettivi che si possono associare portano con sé un modo di vedere i corpi come qualcosa di autoevidente. Come se l’aspetto esteriore consentisse già di determinare i significati rispetto al corpo, ai corpi e alle relazioni che si possono avere a partire da questi. 

Pensiamo al corpo con disabilità.
Vittoria ha subito l’amputazione di una gamba a seguito di una malattia tumorale.
Queste le immagini e le parole che sceglie per raccontare il suo corpo e sè stessa attraverso il suo profilo Instagram

Quello che si può osservare è che se entriamo nel merito di come si parla, di come parliamo dei corpi e di come poi li usiamo le cose si fanno un po’ più complicate. Possiamo vedere come ad orientare tutte queste costruzioni sul corpo ci siano una serie di segni, simboli, valori, credenze, discorsi che si sviluppano e che appartengono a dei contesti socioculturali e normativi specifici. All’interno di questi contesti si trovano quegli elementi, retoriche, presupposti che fanno sì che quei corpi vengano poi considerati come normali piuttosto che anomali o altro.

Possiamo quindi considerare il corpo non come qualcosa di oggettivo, autoevidente, che si spiega da solo, ma come qualcosa di sociale, interattivo, come una costruzione costantemente interattiva e relazionale. Possiamo pensare a quanto possano essere differenti il corpo usato da un ballerino o da una ballerina, piuttosto che da un chirurgo o una chirurga, o di un’atleta. Il modo di leggere, usare, trattare il corpo fa pensare a modi completamente diversi, che eccedono la natura biologica, che pure c’è. Le dimensioni della materialità e della narrazione e quindi della pratica ci risultano come costantemente e strettamente intrecciate.

Relazioni come processi che travalicano la presenza fisica

Rispetto alla presenza, possiamo dire che il corpo è fortemente implicato nelle interazioni, e viceversa, sono aspetti indisgiungibili. E possiamo intendere le relazioni come un processo che non si lega strettamente ad una presenza fisica, ma va anche oltre. Tuttavia siamo soliti pensare che la forma d’interazione privilegiata sia quella faccia a faccia, fisica in un certo senso, l’uno di fronte all’altra. Questa può essere considerata come una forma di interazione particolare, quella data per scontata, più comune, autentica e in alcuni contesti lavorativi anche più efficace. Pensiamo a un colloquio psicologico, o alla didattica.

In questo periodo, tuttavia, l’emergenza sanitaria ha portato tutte e tutti a sperimentare nuove forme di interazione, svincolate dalla presenza. E può esser stata l’occasione per rinegoziare le forme dell’interazione, a crearne di nuove. Per osservare come la relazione educativa spostandosi dalla presenza al virtuale abbia qualità e modi differenti, ma continui ad essere relazione educativa.

Di Valentina Manca

Formatrice, psicologa scolastica e clinica a Padova. Specializzata in Psicoterapia Interazionista. Socia di APS Epimeleia, centro di formazione, ricerca ed educazione. Si occupa di educazione al genere e alle differenze, promozione della salute, prevenzione e contrasto delle diverse forme di violenza di genere.

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